C’è una qualità umana da riconquistare: la compassione

Compas_01Vivere con i figli questa straordinaria virtù è diventato più che mai necessario. Si tratta di una virtù intensamente umana e fortemente evangelica.

Il modo più semplice di esprimere agli altri compassione (o empatia) è ascoltarli.
«Tanto di me non importa niente a nessuno». Così a 14 anni ha tentato il suicidio. Le persone che “ascoltano” stanno diventando una rarità. Sono molte quelle che interrompono chi parla dopo pochi secondi per inondarlo di consigli, che di solito riguardano tutt’altro. I cattivi ascoltatori non sono “con” la persona che vuole comunicare. Parlare, nella migliore delle ipotesi, significa condividere. Ascoltare veramente una persona significa dirgli: «Tu sei importante per me. Perciò ti do tutta la mia attenzione».

Comunicare
L’essere umano può sopravvivere soltanto in una comunità di persone e ciò non è possibile se di queste persone non si colgono come proprie le emozioni e le intenzioni. L’empatia è necessaria alla comunicazione, alla collaborazione e alla coesione sociale. Se la annulliamo ridiventiamo selvaggi, anzi perdiamo la capacità stessa di sopravvivere. Inoltre l’empatia è il mezzo di gran lunga più utile per migliorare qualsiasi rapporto. Avete mai assistito a un diverbio in cui nessuna delle due parti aveva la benché minima capacità e volontà di vedere le cose dal punto di vista dell’altro? È doloroso, ma succede, e possiamo constatarlo ogni giorno sulla scena dei rapporti internazionali.

Compass_02Guardare gli altri con occhi “puliti”
Per chi è libero da pregiudizi e fanatismi, la compassione non è la pietà e neanche semplice tolleranza, ma capacità di cancellare differenze e di non essere indifferenti con apatia. Proprio questo spiega perché la chiamata a essere compassionevoli suscita una resistenza profonda. La compassione è un modo nuovo, non competitivo di stare insieme agli altri, e ci apre gli occhi a vicenda. Quando rinunciamo al nostro desiderio di essere importanti o diversi, quando ci lasciamo dietro le spalle il bisogno di avere nella vita una nicchia speciale, quando il nostro interesse principale è essere come gli altri e vivere questa uguaglianza nella solidarietà, allora siamo capaci di vederci l’un l’altro come un dono unico. Raccolti insieme nella comune vulnerabilità, scopriamo di avere tante cose da darci a vicenda.

Non essere competitivi
I nostri talenti specifici non dovrebbero essere oggetto di competizione, ma elemento di comunione. Positivi o negativi, i tanti paragoni impediscono al bambino di costruirsi un’identità sana; è già tentato di confrontarsi agli altri e definirsi in rapporto a fratelli e compagni, è assorbito abbastanza dallo spirito di competizione senza che i genitori contribuiscano. Così, piano piano, si finisce per vedere gli altri come semplici pedine sulla scacchiera della vita. Tutto questo che cosa provoca? Mancanza di compassione, sostituita con indifferenza o anche rabbia per chi non è all’altezza delle aspettative.

Fermarsi sulla strada dove qualcuno ha immediato bisogno di attenzione
I genitori possono incominciare con esercizi quotidiani di empatia. Un piccolo esempio. Se camminiamo per la strada con nostro figlio e questo inciampa e cade, possiamo reagire in due modi. Da una parte, possiamo percepire la sua sofferenza, non solo sentendo nel nostro corpo il dolore fisico e lo spavento che potrebbe essersi procurato con la caduta, ma anche immedesimandoci nella vergogna e nell’imbarazzo che può provare di fronte a noi. Dall’altra, possiamo commentare in maniera sprezzante: «Ma perché non guardi dove vai? Per forza che poi cadi». Nel primo caso, cerchiamo di identificarci con nostro figlio e partecipiamo della sua sofferenza. Nel secondo, vogliamo eliminare ogni tipo di empatia. Il contrario della gentilezza, infatti, sono il biasimo, il ripudio, l’esclusione dell’altro. È molto importante donare ai figli la capacità di immaginare la vulnerabilità dell’altra persona e, di riflesso, di accettare la propria, la disponibilità a riconoscere la sofferenza e il piacere dell’altro e ad astenersi dal desiderio di punirlo o di sfruttarlo. Un rischio che vale la pena di correre per smettere di vivere sulla difensiva e per esporci fiduciosi alle esperienze e alla ricchezza che possono arrivare dagli altri.

Costruire la misericordia in famiglia
Anthony Cymerys è un barbiere che da venticinque anni taglia i capelli ai barboni e agli anziani poveri della sua città, in Connecticut. Quando cominciò, andava in giro con la macchina a cercare persone che potessero aver bisogno di un taglio; adesso che ha più di ottant’anni ha deciso di farsi trovare ogni mercoledì con una sedia di legno nel Bushnell Park. C’è la fila; sanno che lui non si scandalizza davanti a nessuno. Taglia capelli, fa la barba e massaggia il viso e le spalle di chi si siede. Tutto quello che chiede in cambio è un grande abbraccio. Se anche in famiglia sapessimo riconoscere e comprendere i bisogni degli altri, renderci disponibili e in cambio chiedere solo grandi abbracci!

Compass_03“FORESTIERI”
A causa della crescente mobilità di un grande numero di persone sul nostro pianeta, accade sempre più spesso che ci troviamo faccia a faccia con individui di altre culture. Sono persone cresciute in ambienti diversissimi dal nostro. Hanno una religione diversa dalla nostra. Anche il colore della pelle, magari, è diverso. E così le usanze, l’alimentazione, il modo di vestire, di affrontare la sessualità, di percepire il tempo, di concepire le buone maniere e il senso del dovere, l’atteggiamento verso il denaro e il lavoro, insomma tutto. La nostra prima reazione è spesso di sospetto. È stato dimostrato che il pregiudizio razziale ha radici profonde e che il sospetto non è razionale, ma basato su una reazione emotiva immediata sulla quale non possiamo esercitare alcun controllo. Quindi anche le persone che dicono di non avere pregiudizi, in realtà in qualche misura ne hanno. L’educazione all’empatia è forse una delle necessità più urgenti nei nostri programmi educativi a tutti i livelli.

IL FOLLETTO MALIGNO
Due uomini erano amici fin da bambini e fra loro c’era un rapporto forte e profondo. Erano cresciuti passando quasi tutto il loro tempo libero assieme. Quando si erano sposati, avevano costruito le loro case una davanti all’altra, separate solo da un sentiero, nessuno steccato. Così per molti anni le loro due famiglie andarono d’amore e d’accordo. Ma un giorno un folletto decise di mettere alla prova la loro straordinaria amicizia. Si mise un mantello speciale, diviso in due a metà, rosso a destra, blu a sinistra. Mentre i due stavano lavorando nei campi, il folletto, camminando sul sentiero, attirò su di sé la loro attenzione. Alla fine del lavoro, uno dei due amici commentò, dicendo all’altro:
«Quell’uomo aveva un mantello rosso che era proprio bello».
«Era blu», disse l’altro.
«No, era rosso».
«Non sono stupido! Era blu».
Così incominciarono a discutere alzando sempre di più la voce, fino a che finirono per litigare. «Questa è la fine della nostra lunga amicizia!», esclamarono entrambi.
A quel punto il folletto ritornò e incominciò a danzare girando lentamente su se stesso davanti ai due litiganti, i quali subito videro entrambi i colori.
«Ci hai fatto litigare, sei un nemico! Per tutta la nostra vita siamo stati amici. Hai incominciato una guerra fra noi!» urlarono.
«No, non sono stato io a causare il litigio. Avevate ragione entrambi, e avevate torto entrambi. Litigavate perché ognuno ha guardato solo dal suo punto di vista».

articolo scritto da Bruno Ferrero e Anna Peiretti pubblicato per gentile concessione de “Il Bollettino Salesiano”