L’importanza di trovare dei motivatori

CentroI veri motivatori sono pochi mentre i distruttori di motivazione sono dappertutto

Ho ventisei anni, mi sono laureata in Scienze dell’educazione ma non ho trovato lavoro, così da un anno sono alla cassa di un supermercato. Le chiedo: è giusto secondo lei che una ragazza laureata lavori per sette ore al giorno in un supermercato per 440 euro al mese? Quando torno a casa la sera mi sento una fallita. Non so quando mai potrò avere una casa mia, fare un viaggio, avere dei figli. Il mio fidanzato è un bravo ragazzo, studia e aiuta suo padre nel negozio di macelleria. Nemmeno lui ha molte speranze di uscire da quella situazione. Ci sentiamo come due prigionieri di quest’incubo. La domenica usciamo al mare, ma siamo spesso tristi, senza idee. Le sembra giusto tutto questo? Non abbiamo fatto nulla di male per meritarci questa vitaccia, grazie per l’ascolto, Loredana.

Nel suo ultimo libro L’autorità perduta, il coraggio che i figli ci chiedono il professor Crepet risponde così a questa lettera: «Una comunità che si permette il lusso di mandare al macero intelligenze e sensibilità come quelle di Loredana e del suo fidanzato è una comunità moribonda. Come in ogni epoca, il periodo di decadenza di una civiltà è il peggiore perché chiunque può sentirsi libero di arraffare ciò che c’è per non soccombere. È il tempo delle peggiori sperequazioni a danno dei più deboli, è il tempo dei meschini e dei codardi che si nascondono dietro il pericolo incombente per osare qualcosa di cui non sarebbero stati capaci in fasi di prosperità economica. Di tutto questo i ragazzi si sono accorti: è uno dei motivi che più contribuiscono a rendere ancor più profondo il solco di diffidenza che divide le generazioni. Non esiste più un patto di solidarietà, come accadeva in passato, ma un’idea di silenzioso conflitto: da una parte datori di lavoro pronti a speculare sui giovani, dall’altra giovani che usano lo stesso cinismo nei confronti del lavoro, trasformandolo in un’op-portunità per prendersi qualche soldo e scappare non appe-na si può. I giovani pretendono il rispetto del diritto allo studio e del diritto alla casa. E allora perché quando chiedo loro se hanno mai pensato di mettersi in proprio mi guardano con un’espressione inebetita? Forse sono i genitori a scoraggiarli dall’intraprendere strade senza garanzie a priori…».

Si tratta quindi di un problema educativo: i giovani scendono in battaglia pietosamente disarmati, arrabbiati, ma rassegnati. Il futuro del lavoro nei paesi occidentali assomiglierà sempre più a una sfida che occorre sapere accettare tutti i giorni e vincere. Una sfida anche per le famiglie.

Il vero nemico è la demotivazione, il mostro che paralizza, e quindi il compito più importante di ogni genitore e di ogni educatore è motivare i figli. Sapendo che i veri motivatori sono pochi mentre i distruttori di ogni motivazione sono dappertutto.

I punti fondamentali sui quali famiglia ed educatori devono lavorare per conservare e far crescere l’automotivazione dei più giovani, sono i seguenti.

 Investire tempo ed energie per stare insieme e conoscere a fondo i ragazzi.

Questo significa curare la “manutenzione delle relazioni”. Gli esseri umani si influenzano a vicenda. Quando tra le persone esiste un rapporto di affetto e di amicizia sentito e condiviso è molto difficile che qualcuno si abbandoni allo sconforto, soprattutto se si cerca di condividere con continuità emozioni positive. Conoscersi, passare insieme del tempo, collaborare, essere solidali diventa un “rinforzo” per ciascuno. Un padre deve trasmettere ogni giorno il messaggio «insieme ce la possiamo fare».

Comunicare fiducia e far sentire capaci.

A livello pratico si attua fornendo ai ragazzi degli obiettivi adeguati e graduali. Gli obiettivi irraggiungibili, come quelli troppo facili, comunicano solo una scarsa fiducia. Il messaggio deve essere «ce la puoi fare». Per questo è necessario prestare attenzione, sottolineare i progressi, aspettarsi e valorizzare l’impegno.

Quando parlate con i vostri figli, siate presenti in quello che fate: guardateli negli occhi, ascoltate attivamente, fate sì che i ragazzi si sentano ascoltati. Immedesimatevi: fate loro intendere che capite i loro sentimenti e le loro affermazioni, offritegli cioè l’esperienza della visibilità.

Mantenete un tono rispettoso: non concedetevi nessun tono di condiscendenza, superiorità, sarcasmo o disapprovazione.

Una comunicazione rarefatta, poco frequente, carente lascia spazi vuoti che, all’interno della famiglia e dei gruppi, favoriscono la creazione di fantasmi, in altre parole di interpretazioni della realtà scarsamente basate sui fatti, e spesso a sfondo paranoico.

 Lasciare autonomia.

I genitori che soffocano i propri figli, che tolgono qualsiasi spazio di autonomia e decisione contribuiscono a demotivarli pesantemente. I genitori “chioccia” tirano su degli eterni “pulcini” o dei bravi robot in attesa di ordini.

I figli devono rendersi conto che viene sempre il momento in cui non verrà nessuno. Non verrà nessuno a prendere decisioni al loro posto, nessuno a raddrizzare la loro vita, nessuno a risolvere i loro problemi. Sono loro, e solo loro, i responsabili della loro vita e della sua realizzazione.

 La nave urtò improvvisamente gli scogli e la fiancata si squarciò. L’allarme fu dato in ritardo, ma la maggioranza dei passeggeri corse verso le scialuppe di salvataggio.

Solo due passeggeri rimasero inchiodati nella loro cabina. Si chiamavano Non-posso-farcela e Chi-me-lo-fa-fare. Colarono a picco con la nave.

di Bruno Ferrero  (tratto da “Il Bollettino Salesiano)